3 giugno 1918: sul Piave la fanteria italiana non arretrò

Il 3 giugno 1918 l’Austria-Ungheria lanciò la sua ultima grande offensiva sul fronte italiano. Sul Piave e sull’Altopiano di Asiago, la fanteria italiana — stremata ma irriducibile — tenne le posizioni contro un nemico che puntava tutto su un colpo decisivo. Non passarono.

Nella notte tra il 15 e il 16 giugno 1918 — preceduta da giorni di preparazione intensa e di pressione crescente lungo tutto il fronte, già visibile agli osservatori italiani dai primi di giugno — l’Imperial Regio Esercito austro-ungarico scatenò quella che sarebbe rimasta nella storia come la Battaglia del Solstizio, l’ultima grande offensiva degli Asburgo sul fronte italiano.

L’obiettivo era ambizioso quanto disperato: sfondare le linee italiane sul Piave e sull’Altopiano di Asiago, dilagare nella pianura veneta, piegare definitivamente un avversario che Vienna riteneva ancora scosso dalla disfatta di Caporetto dell’ottobre precedente. Fu un calcolo sbagliato.


Il Piave non si passò

I reparti austro-ungarici riuscirono in un primo momento ad attraversare il Piave in alcuni punti, guadagnando terreno sulla riva italiana. Ma trovarono davanti a sé una fanteria che non aveva più intenzione di cedere.

Reduci da mesi di riorganizzazione sotto il comando del generale Armando Diaz, i fanti italiani combatterono posizione per posizione, argine per argine, casa per casa. La piena del fiume — gonfiato dalle piogge di giugno — contribuì a isolare le teste di ponte nemiche. Nel giro di pochi giorni l’offensiva austriaca si esaurì. I reparti imperiali furono ricacciati oltre il fiume con perdite enormi.

Era la fine. L’Austria-Ungheria non avrebbe più avuto la forza di attaccare. Cinque mesi dopo, a Vittorio Veneto, sarebbe arrivata la resa definitiva.


Il prezzo della resistenza

La tenuta sul Piave non fu un miracolo. Fu il risultato del sacrificio silenzioso di centinaia di migliaia di fanti che, nei mesi precedenti, avevano resistito sull’Isonzo, sul Carso, sul Grappa, spesso senza adeguato rifornimento, spesso senza ricambio, sempre con il peso di una guerra che durava da tre anni e che sembrava non dover finire mai.

Per Trieste e per il Friuli-Venezia Giulia quella resistenza aveva un significato ancora più profondo: il Piave era l’ultimo baluardo prima della pianura, ma era anche la linea oltre la quale il sogno dell’Italia unita fino al confine orientale rischiava di spezzarsi per sempre.

I fanti che tennero il Piave nel giugno del 1918 non combattevano solo per una posizione tattica. Combattevano per un’idea di Patria che comprendeva anche Trieste, anche Gorizia, anche l’Istria — terre che sarebbero tornate italiane solo grazie a quella resistenza e alla vittoria di novembre.


La memoria che non passa

L’Associazione Nazionale del Fante nacque nel 1920 proprio per custodire questa memoria: quella dei ragazzi del Piave, dei fanti del Carso, dei soldati dell’Isonzo. Uomini comuni che fecero cose straordinarie, e che meritano di essere ricordati non solo nelle ricorrenze ufficiali, ma ogni giorno — nei siti delle sezioni, nei bollettini, nelle scuole, nelle piazze.

La Sezione di Trieste — città che quella guerra la conobbe da entrambi i lati del filo spinato — porta questa memoria con particolare consapevolezza. Ricordare il Piave, per noi, non è un esercizio retorico. È un atto di giustizia verso chi non tornò.

«Soldato, il Piave mormorò: non passa lo straniero.» — E. A. Mario, La Leggenda del Piave, 1918


Onore ai Fanti — Onore a Trieste A cura della Sezione di Trieste — ANF